
A volte basta un’unica vita, come quella di Cocò, perché il muro del silenzio ceda
Il nome di G. G. tornò a farsi udibile come un colpo improvviso quando i Carabinieri lo arrestarono, restituendo alla luce una violenza che si era ramificata su più piani: gli abusi sessuali sulle dipendenti e il maltrattamento quotidiano degli animali affidati alle sue cliniche veterinarie di Santa Maria della Versa e Borgonovo Val Tidone, nel piacentino. Le testimonianze delle donne, anni di pressioni, allusioni, minacce, ricatti silenziosi, furono la prima incrinatura.
Ma furono soprattutto gli animali, con i loro corpi feriti, a fornire il vocabolario più nudo di ciò che accadeva dietro quelle porte che avrebbero dovuto essere luoghi di cura. C’erano cani e gatti lasciati senza acqua né cibo durante la degenza, interventi chirurgici eseguiti con anestesie insufficienti, cuccioli soffocati dentro sacchi dell’immondizia, gatti scagliati contro i muri, un altro ucciso a martellate. Non erano episodi isolati, era un metodo, una continuità di gesti che trasformava l’autorità professionale in un meccanismo di sopraffazione, senza testimoni ammessi se non gli stessi corpi violati. Tra quelle storie, una si impresse come una cicatrice condivisa: Cocò, quindici mesi, una cagnolina condotta verso una morte lenta dopo una sterilizzazione improvvisata su un tavolo da cucina, in condizioni che negavano ogni idea di igiene.
L’intervento fallito provocò un’infezione interna che la consumò nell’arco di quattro mesi, e in tutto quel tempo il veterinario minimizzò, rimise punti per strada, senza sedazione, senza antibiotici, senza antidolorifici. Le venne negato ciò che l’urgenza medica imponeva, ma le venne garantita, invece, un’altra razione di sofferenza. La figura del veterinario era tutt’altro che nuova ai tribunali, aveva già una condanna definitiva a tre anni e un mese e la radiazione dall’Ordine dei veterinari nel 2015. Eppure, aveva continuato ad operare, clandestinamente, come se il divieto fosse solo un dettaglio amministrativo, non il riconoscimento formale della sua pericolosità.
La sua attività venne nuovamente smascherata grazie alle associazioni animaliste, alle persone del territorio e alla determinazione delle compagne umane di Cocò, che misero insieme i pezzi di una storia che altrimenti sarebbe rimasta dispersa nel timore e nella vergogna. In tribunale quelle donne non raccontarono solo l’agonia di una cagnolina, ma descrissero la sensazione netta di trovarsi davanti a un uomo che esercitava il potere come un possesso, modulandolo sui corpi più vulnerabili. Prima sugli animali, poi sulle persone. Nel maggio 2025, Genta è stato condannato di nuovo, in primo grado, a un anno di reclusione per esercizio abusivo della professione e maltrattamento di animali, con il riconoscimento del risarcimento alle parti civili.
Una nuova sentenza, l’ennesima conferma che la violenza sugli animali non è un compartimento a parte, anzi un rivelatore, una spia accesa dentro una cultura dell’abuso che si distribuisce dove incontra meno resistenza. La vicenda di Cocò, e di tutti gli animali passati nelle mani di Genta, ci riporta a una verità che troppo spesso fingiamo di non vedere: la violenza non nasce mai in un punto solo. Germoglia dove trova esseri che non possono opporsi, umani e non umani, ed è nel momento in cui scegliamo di ignorarla, di sminuirla, che le permettiamo di crescere indisturbata. Una società che vuole dirsi civile non può limitarsi a punire i fatti dopo averli scoperti, ma deve saper riconoscere in quelle vite fragili, non umane, il perimetro della propria responsabilità.