La storia che segue non inizia da un evento, ma da una presenza, Bernardo

Molti ricordano ancora, con un peso che non si allenta, anche dopo anni, la storia dell’orso Bernardo, che nel settembre del 2007 fu trovato in una zona ripida e silenziosa, nei pressi di Pescasseroli. Il radiocollare aveva smesso di restituire segnali, era come se la sua voce elettronica si fosse interrotta all’improvviso, lasciando dietro di sé solo un punto fisso su una mappa.

Quando le guardie raggiunsero quel punto, il corpo di Bernardo era lì, e lì vicino, come un’eco amara, una femmina adulta, un giovane maschio, cinque lupi, alcuni cinghiali. Non un incidente, non un caso isolato, ma un avvelenamento deliberato, diffuso, metodico. Una strage che non faceva rumore, ma che aveva conseguenze incalcolabili. Quella scena, i corpi riversi, il silenzio pesante, la vita interrotta senza testimoni, è una di quelle che mostrano in modo netto quanto spesso la sofferenza degli animali venga compressa dentro la definizione di ‘reato minore’.

Eppure, ogni animale ucciso in quel modo è un segnale, un indicatore crudele della difficoltà umana a riconoscere il dolore delle altre specie. Bernardo non era un’ombra schiva dei boschi, era un orso confidente che frequentava il Giovenco, soprattutto San Sebastiano dei Marsi, dove cercava miele, galline, frutta. Per molti era diventato quasi un vicino di casa, un animale con cui condividere lo spazio e, in un certo modo, parte della quotidianità. Nel 2000 aveva ispirato la nascita dell’associazione ‘Gli amici dell’orso Bernardo’. Nel 2003, per evitare conflitti con allevatori e apicoltori, l’associazione e l’Ente Parco nazionale d’Abruzzo avevano distribuito recinzioni elettrificate nelle zone da lui frequentate. Ogni anno i 150 soci si autotassavano di ‘una gallina’ per risarcire chi avesse subito danni, un gesto concreto per proteggere l’orso da ritorsioni violente.

Ma la violenza, quando trova spazio, spesso non si ferma davanti alle soluzioni. Il giorno del ritrovamento, le guardie del Parco lo individuarono senza difficoltà grazie al collare satellitare, poco distante giaceva la carcassa della sua compagna. Due vite distinte, due morti probabilmente avvenute in momenti diversi, unite dalla stessa mano. L’Istituto Zooprofilattico avrebbe condotto gli esami necroscopici dopo che la direzione del Parco aprì un’indagine ipotizzando l’avvelenamento doloso. E mentre le analisi proseguivano, la comunità si stringeva attorno a una perdita che non era soltanto ecologica, perché Bernardo, nel tempo, era diventato un simbolo del Parco nazionale d’Abruzzo.

Le sue apparizioni avevano fatto parlare giornali italiani e stranieri, una donatrice americana, toccata dalla sua storia, aveva devoluto un milione di euro al Parco per sostenere la ricerca e la conservazione dell’orso marsicano, una popolazione già ridotta a poche decine di individui. Ma oltre ai numeri, oltre alle mappe e ai comunicati stampa, la morte di Bernardo fu soprattutto una ferita morale. Una conferma amara, che la vita degli animali selvatici può ancora essere trattata come intercambiabile, sacrificabile, accessoria rispetto a interessi umani considerati prevalenti. La sua carcassa, come quella degli altri animali trovati vicino a lui, fu parte di un’indagine che, in seguito, venne archiviata. E l’archiviazione, quel gesto burocratico che chiude un procedimento, lasciò aperta, nella realtà, una domanda. Da quella tragedia, tuttavia, nacque anche una risposta. Fu attivata la struttura delle squadre cinofile antiveleno del Corpo forestale dello Stato, oggi Carabinieri forestali, unità capaci di individuare esche e carcasse avvelenate prima che facciano altre vittime.

Una risposta necessaria, concreta, ma che non cancella l’amarezza di quanto accaduto. La morte di Bernardo non appartiene al passato remoto. È ancora un interrogativo, una lama che torna a chiedere conto del nostro modo di abitare il mondo insieme agli altri viventi e ricorda quanto facilmente la sofferenza animale possa essere resa invisibile dal contesto, normalizzata, confusa tra le pieghe del crimine ambientale.

Ricorda anche quanto difficile sia vedere, dietro ogni carcassa, un dolore reale, non simbolico, non metaforico e quanto urgente sia smettere di considerare questi atti come contravvenzioni di poco conto e riconoscerli per quello che sono: delitti che colpiscono la vita, e con essa l’idea stessa di convivenza. Perché la violenza contro gli animali non resta mai chiusa nel bosco dove avviene. È un avvertimento, un segnale che riguarda anche e soprattutto noi e che non possiamo permetterci di ignorare.