Un’intera storia di crudeltà si può nascondere con una parola in codice: black

Lo pronunciano ‘black’, come un segreto condiviso fra iniziati, ma la parola significa un’altra cosa: delfino. Dentro quel codice si muove un commercio proibito, sostenuto proprio dall’invisibilità della vittima, un animale intelligente, sociale, capace di legami che ci somigliano più di quanto siamo capaci di ammettere, ridotto a capriccio gastronomico, a merce preziosa, come succede ai cani durante il festival di Yulin. È un traffico che la legge europea, la direttiva 92/43 CEE, vieta in modo assoluto e che tuttavia prospera poco lontano da riva, dove pescatori compiacenti, ristoratori senza scrupoli e clienti in cerca di cibi gourmet costruiscono una piccola economia fondata sulla rimozione.

A Civitavecchia, accedervi è semplice, basta conoscere i nomi giusti, pronunciarli al momento giusto. Alcuni ristoranti, dietro un’immagine rispettabile, offrono mosciame di delfino essiccato, ribattezzato ‘black’, a circa 180 euro al chilo. Per gli habitué più fidati, si può persino ottenere un filetto intero, da portare a casa. Non serve un listino, solo un cenno, poi il resto lo fa il silenzio. La catena inizia in mare, dove i delfini vengono traditi dalla loro stessa indole. Le reti calate nel Tirreno attirano pesci, e i delfini, incuriositi, si avvicinano.

Quando vengono issati a bordo, spesso sono ancora vivi, disorientati, incapaci di comprendere perché il mondo solido intorno a loro odora di ferro e di concitazione. Ed è lì, in quel momento sospeso, che vengono uccisi a bastonate. È il punto più nudo del reato: nessun eufemismo, solo un animale colpito fino all’immobilità. Per aggirare i controlli e le norme comunitarie, i pescatori-bracconieri hanno elaborato un metodo crudo, che punta ad annullare l’identità dell’animale. Decapitano subito il delfino, cancellandone il volto, poi rimuovono le pinne, privato delle sue parti più riconoscibili, il corpo può essere spacciato per un’altra specie.

Alcune inchieste hanno documentato un ulteriore livello di ferocia, come l’abitudine, da parte di alcuni pescatori, di mangiare il cervello del delfino, appena cotto sulla piastra di bordo, come rituale, come se fosse un trofeo conquistato. Solo dopo questa tripla cancellazione, la vita, il volto, la specie, la carne entra nel circuito dei ristoranti. I pescatori avvisano i ristoratori amici, i ristoratori avvisano i clienti. Un passaparola che scivola da una tasca all’altra, protetto da frasi evasive come «È tonno». Il tonno, si sa, è un nome che non richiama occhi, famiglia, voce. Il delfino, invece, oltre che vietato, sarebbe un’altra storia e per questo viene nascosto. Così il meccanismo prospera.

Come tutti i sistemi che richiedono l’assenza della vittima dal racconto, anche questo si avvantaggia dell’espulsione della sofferenza, che non deve essere vista, non deve entrare nel discorso pubblico, non deve disturbare il piacere del cliente. È solo un altro scheletro nell’armadio condiviso di chi è accetta di produrla. Ma è proprio lì, nel punto in cui il dolore di un essere senziente viene ridotto a dettaglio eliminato, che si misura la natura criminale del traffico. Questi reati non sono marginali né ‘minori’, sono parte di un’unica architettura della violenza. Gli animali diventano bersagli ideali perché non possono denunciare, testimoniare, rispondere. In quella zona grigia, dove la vittima non ha voce e il carnefice guadagna anonimato, si addestrano altri comportamenti, si affina una forma di potere che considera lecita la trasformazione di ogni altro essere vivente in oggetto.

La specie cambia, la logica no. Per cui la questione non riguarda solo il delfino catturato e decapitato, ma il modo in cui accettiamo, come comunità, che una vita venga rimossa dal nostro campo visivo. Riconoscere la sofferenza animale significa spezzare un ciclo di brutalità che non si interrompe da sé, significa smettere di archiviare come ‘deviazioni’ ciò che è sintomo di qualcosa di più profondo: un silenzio collettivo che permette ai profitti di crescere e alla crudeltà di diventare una routine. Portare alla luce ciò che accade, la parola in codice, il mosciame, i colpi di bastone, la decapitazione, il passaggio nelle cucine dei ristoranti, la richiesta dei clienti, non è un esercizio di indignazione, è un atto di responsabilità civica. Finché queste storie rimarranno nascoste, il ‘black’ continuerà a circolare come specialità segreta e ogni chilo di carne venduto continuerà a raccontare la stessa verità, che la violenza prospera quando chi può parlare tace. E il silenzio, quando riguarda chi non può farlo, non è mai neutrale, è complicità.