
Questa storia comincia da un freddo che nessun bosco può spiegare
Nel cuore dell’Aspromonte, dove i boschi sembrano custodire un silenzio antico e gli animali vivono ancora secondo ritmi che l’uomo ha quasi dimenticato, i Carabinieri della Compagnia di Palmi hanno aperto la porta di un’abitazione privata e si sono trovati davanti a un freddo che non appartiene alla montagna. Dentro due congelatori, stipati in buste come oggetti, c’erano ottanta ghiri, piccoli corpi che un tempo si arrampicavano sui rami, respiravano la resina, cercavano riparo tra foglie e cavità del legno.
Ottanta vite interrotte e rese carne congelata. Il ghiro, animale crepuscolare e notturno, timido, incapace di difendersi, è da sempre al centro di un bracconaggio che non conosce pausa. La sua sopravvivenza viene piegata a una logica di commercio e di ritualità che considera la sua carne non un essere vivente, ma un simbolo identitario, un messaggio criminale. La modalità più diffusa è brutale nella sua efficienza: trappole che catturano gli animali vivi, poi la detenzione in giare per settimane, nutriti con ghiande, noci, castagne per ingrassarli, in attesa del momento in cui verranno uccisi. In quel tempo sospeso, il ghiro percepisce solo l’angoscia dell’impossibilità di fuga, una vulnerabilità assoluta che nessuna creatura è in grado di comprendere senza soffrire. Quello che per gli esseri umani coinvolti diventa commercio, scambio, abitudine o tradizione, per l’animale è un’esperienza di paura continua, il battito accelerato quando sente passi avvicinarsi, la confusione della luce artificiale all’aprirsi della giara, il corpo che non trova più la misura del proprio spazio, l’odore di altri prigionieri, il terrore sordo della cattura. Nessuno di questi stati emotivi, reali, documentati, innegabili, trova posto nelle narrazioni che giustificano la loro cattura e uccisione.
In Calabria, questa forma di bracconaggio si intreccia con un rituale che la ’ndrangheta perpetua da decenni. Le ‘mangiate’, grandi cene che seguono i cosiddetti ‘battesimi’ mafiosi e altri momenti di affiliazione o alleanza, includono spesso la carne del ghiro come piatto principale. Non è solo un alimento, è il simbolo di un legame cementato nell’illegalità, della condivisione di una violenza normalizzata e del silenzio che deve seguirla. Offrire ghiri a tavola significa dichiarare che la legge non la fa lo Stato, che il sangue versato, anche quello degli animali, può diventare linguaggio di potere. Ma prima ancora che simbolo criminale, il ghiro è un animale. Un individuo, un essere senziente in grado di provare dolore, stress, panico. Eppure, il suo dolore, come spesso accade quando si parla di animali, scompare nel racconto e sopravvive solo la retorica della ‘tradizione’ o del ‘piatto pregiato’, non la realtà di ciò che subisce.
Morire in una trappola significa lottare per ore, forse giorni, in un disperato tentativo di liberarsi. Morire in una giara significa aspettare la fine in un buio che sa di luogo chiuso e di inevitabilità. Morire per diventare pietanza in un banchetto criminale significa essere cancellati due volte: prima come vita, poi come sofferenza. La scoperta dei Carabinieri non è solo un episodio di cronaca, è un frammento di un problema più ampio, come la nostra incapacità di riconoscere la violenza sugli animali per ciò che è davvero. Quasi sempre la consideriamo un reato minore, marginale, ma è proprio in questi atti, organizzati, ripetuti, integrati nella cultura dell’illegalità legalizzata, che si esercita e si normalizza la disattivazione dell’empatia.
Ogni animale catturato, rinchiuso, ucciso, rappresenta un passo verso l’indifferenza sistemica, verso la facilità con cui si può ignorare il dolore altrui quando non appartiene alla nostra specie. Gli ottanta ghiri ritrovati nei congelatori non sono solo prova materiale di un furto aggravato o di un commercio illecito. Sono ottanta punti di domanda sulla nostra capacità di vedere l’altro anche quando pesa pochi grammi ed è capace solo di un fruscio tra le foglie. In ogni freezer così pieno, in ogni trappola nascosta nei boschi, c’è la fotografia di una scelta collettiva: quella di considerare la sofferenza animale sacrificabile. Ed è proprio da questa indifferenza che nascono, si alimentano e si giustificano molte altre forme di violenza, come ben sanno gli uomini e le donne di ‘ndrangheta.