
Prima di entrare in questa storia, chiediti ‘quanto vale per me una vita che non parla?’ Perché questo racconto inizia nel momento esatto in cui quel valore è stato stracciato
A gennaio del 2004, a Verona, l’operazione ‘Colibrì’ ha aperto una porta che molti avrebbero preferito restasse chiusa, dietro cui non c’era un mondo segreto, ma un mondo evidente, semplicemente ignorato. Un commercio di animali selvatici uccisi, scambiati come merce grassa e muta, un traffico che scorreva parallelo all’Europa dei regolamenti e delle tutele, con la disinvoltura di un’economia che non si interroga mai sulla materia di cui è fatta.
Tre persone arrestate, cinque agenzie di turismo venatorio disseminate tra Serbia, Montenegro e Ungheria. Ma le tre persone erano soltanto l’estremità visibile di una rete molto più grande: un sistema che da anni trasformava la fauna selvatica in un elenco da contabilizzare, riducendo ogni corpo a un numero utile alla filiera del profitto, un ciclo in cui la vita smetteva di essere vita e diventava solo ciò che poteva fruttare. Altre dieci persone denunciate, ottantasei cacciatori (clienti) registrati come acquirenti entusiasti di pacchetti di una settimana, a prezzi che oscillavano tra i mille e i quattromila euro: cifre che non compravano solo un viaggio, ma la certezza di tornare a casa con la prova tangibile di avere esercitato un potere.
Il trofeo come affermazione, come quieto possesso. Quando gli investigatori hanno aperto i portelloni dei due tir sequestrati, il silenzio è stato il primo a parlare. Un silenzio denso, inamovibile. Dieci tonnellate di animali uccisi. Settantamila uccelli ammassati come minuteria, come oggetti di un magazzino: creature minuscole, fatte per la luce e per il volo, svuotate della loro stessa idea di movimento. Mille corpi di caprioli, cervi, lepri: vertebre mute, occhi ormai senza memoria. E poi un orso bruno. Una presenza immensa, ridotta a massa trasportabile. Come se la sua lunga geografia di boschi e inverni non fosse mai esistita.
Non c’era, in quella scena, alcuna traccia del mito del cacciatore, nessuna eco del confronto ancestrale tra uomo e natura. C’era soltanto il ritmo amministrativo di una filiera senza immaginazione, che chiama ‘risorsa’ tutto ciò che è vivo, e lo considera disponibile esattamente perché non può opporsi. La riduzione dell’animale a ‘materiale’, un concetto innaturale che annulla prima delle armi. L’operazione ‘Colibrì’ non ha rivelato solo un traffico illegale ma ha mostrato con quale velocità la vita selvatica possa essere compressa dentro i codici del profitto e come, una volta compressa, smetta di essere percepita come vita. Se migliaia di esistenze possono essere annullate e poi contabilizzate, se possono essere caricate su un camion senza che qualcuno avverta l’urgenza morale di fermarsi, allora la falla non è solo nel mercato, ma è nella nostra idea collettiva di giustizia, che continua a procedere con un ritardo imbarazzante rispetto alla sofferenza che pretende di regolare. Questa vicenda non chiede indulgenza, né indignazione effimera, bensì uno scarto, un cambio categorico, che ciò che oggi appare come un’infrazione marginale diventi un crimine compreso nella sua reale dimensione, proporzionato alle vite, e alle morti, che reca con sé.
È la stessa dinamica con cui ci abituiamo al dolore degli altri esseri viventi finché non si accumula, finché non esplode nel nostro campo visivo, troppo evidente per essere ignorato ancora. Sempre la stessa domanda ritorna, ostinata come un ritornello che non ci appartiene ma che ci riguarda: quanto valore riconosciamo alla vita di chi non ha voce, se basta un prezzo, un pacchetto turistico, un camion frigorifero per ridurla a merce?