
Ha attraversato le Alpi seguendo un ultraleggero, ma non è sopravvissuto all’Italia, la storia di Puck, l’ibis eremita
In Italia, la storia dell’Ibis eremita suona come una parabola storta: una specie dichiarata estinta, pazientemente riportata alla vita grazie a un progetto europeo all’avanguardia, e poi abbattuta dal piombo di uomini che non sanno, o non vogliono, vedere la vulnerabilità davanti a loro. È la cronaca di una contraddizione feroce, quella di un Paese che si proclama custode della biodiversità e allo stesso tempo la trasforma in bersaglio. Ma prima di essere un caso scientifico, un dibattito legislativo o un dato statistico, questa è la storia di esseri senzienti, gli Ibis eremita, che hanno imparato a migrare seguendo un deltaplano a motore come fosse una madre adottiva.
Per mesi hanno osservato il volo dell’ultraleggero, riconoscendone il rumore, la scia d’aria, la presenza affidabile di chi li stava guidando verso una rotta che la loro specie aveva dimenticato: un’arte antichissima, un sapere tramandato per millenni, dissolto quando l’Europa li aveva eliminati dal proprio paesaggio. Gli scienziati si sono presi cura di loro con un rispetto quasi religioso, li hanno nutriti, protetti, accompagnati durante i primi voli come si fa con bambini che stanno imparando a camminare. E gli uccelli, grandi e scuri, hanno risposto con fiducia. Hanno riposato nelle radure, bevuto nelle pozze, osservato con il capo arcuato i gesti degli esseri umani che avevano scelto di non considerarli risorsa, trofeo o bersaglio, ma compagni temporanei di un viaggio comune. Eppure, quel viaggio, per molti di loro, continua a finire nello stesso modo. Il piombo spezza il battito d’ali, la caduta è silenziosa e il corpo che si affloscia sull’erba non fa rumore sufficiente a fermare il prossimo dito che premerà il grilletto. Puck, un maschio nato in natura nel 2021, ha conosciuto questa fine.
Era partito dal suo nido nel Salisburghese e aveva attraversato le montagne con la determinazione fragile di chi non ha alcuna garanzia che il mondo gli sia benevolo. Aveva raggiunto l’Italia, poi gli Appennini, dove si era fermato su un tetto per riposarsi, ignaro che quel luogo sarebbe stato l’ultimo. Il colpo è arrivato senza avvertire, ed è probabile che Puck abbia provato un lampo di disorientamento, un dolore acuto e improvviso, la percezione confusa della terra che si avvicina. Poi mani umane hanno raccolto il suo corpo come si raccoglie un oggetto scomodo, l’hanno caricato su un’auto e abbandonato altrove, perché al suo assassino premeva nascondere il reato. Se non fosse stato per il Gps, una piccola scatola di pochi grammi, il suo legame con la comunità umana che l’aveva donato al mondo, Puck sarebbe scomparso nell’ombra, una delle tante morti per mano umana. Ma i numeri hanno peso: dieci ibis eremita uccisi in una sola stagione venatoria, settantasette abbattuti dal 2006. Una popolazione europea di appena cinquecento individui, una specie che può essere annientata dall’insipienza, dall’abitudine o dalla crudeltà di pochi. Settantasette individui, non una cifra, ma una costellazione di fini interrotte in luoghi diversi, sotto cieli differenti, accomunati dallo stesso lampo metallico.
Alcuni sono caduti in aperta campagna, dove il fruscio dell’erba è stato l’ultimo suono prima del silenzio, altri sono precipitati vicino agli argini dei fiumi, tra il riverbero dell’acqua e l’odore di terra bagnata. Altri ancora sono stati colpiti in piena migrazione, quando la stanchezza si confonde con l’euforia del viaggio e il mondo si allarga sotto le ali. Ognuno di loro ha avuto un istante di smarrimento identico e irripetibile, il fiato che si mozza, la torsione del corpo che cerca ancora il volo, la mente che non comprende perché l’aria, la loro alleata più antica, diventa improvvisamente ostile, pesante. Non sapevano di essere bersagli, conoscevano solo la direzione appresa, il vento che li sosteneva, la promessa di un luogo sicuro oltre l’orizzonte. In quell’attimo, la loro esperienza converge, come se gli anni diversi, i chilometri diversi, i colpi sparati da mani diverse si congiungessero in un’unica ferita che attraversa la specie intera. Una memoria collettiva che si incrina ogni volta nello stesso punto: la fiducia elementare che il cielo sia un rifugio, non un campo di tiro. E per ciascuno di loro la fine è stata senza testimoni, ma l’eco del loro volo perduto resta nelle rotte rimaste incompiute, nei compagni che li hanno aspettati invano, nei ricercatori che hanno visto i segnali dei Gps spegnersi uno dopo l’altro, come luci che si affievoliscono lungo un corridoio. Settantasette storie diverse e come un’unica causa un dito che preme un grilletto, e un mondo che si restringe fino a sparire. E quasi sempre, a esplodere quei colpi, è qualcuno che si definisce cacciatore, ‘custode del territorio’, parte di associazioni che ufficialmente sostengono la conservazione. È qui che emerge la frattura più scomoda, che non esistono bracconieri come categoria separata, ma esistono esseri umani armati che scelgono di ignorare ciò che vedono davanti a sé, una vita vulnerabile, non replicabile, e sparano.
La reintroduzione dell’ibis eremita è un unicum scientifico, la specie era scomparsa dall’Europa e da lì si è ripartiti, dagli ultimi esemplari negli zoo ai primi voli, dalle prove brevi ai lunghi tragitti insegnati dall’uomo. Dodici anni di tentativi, fallimenti, di nuovi tentativi. Ora esistono generazioni di ibis eremita selvatici che non hanno mai visto una voliera e che conoscono il vento come casa. Eppure, basta un colpo per cancellare tutto. Non un colpo metaforico, ma una scarica di piombo che perfora l’aria e, un istante dopo, un corpo vivo. Il dolore dell’animale in quel momento non è un’immagine poetica, ma un fatto, un grido muto che sale attraverso l’aria, mentre l’istinto ancora comanda al corpo di volare e il corpo non risponde più. È la confusione dell’animale che non capisce perché le ali, quelle strutture evolute per superare deserti, mari, montagne, continenti, smettono di obbedire. È il timore viscerale di chi sente che la terra si rovescia verso di lui troppo in fretta. In Andalusia altri ibis lo aspettano ogni anno, in Italia li attendono ricercatori che hanno dedicato la vita a loro. Tutti sanno che ogni individuo è prezioso come un archivio di possibilità: una rotta migratoria, una nuova discendenza, una speranza per altre specie che un giorno avranno bisogno della stessa cura.
Conservare una specie non significa salvarla una volta per tutte, significa difenderla continuamente dalla nostra indifferenza, da leggi inadeguate, dal nostro sguardo abituato a non vedere. Significa riconoscere che il mondo non si regge solo sulle nostre esigenze. Gli ibis eremita, con i loro voli lenti e le ombre scure proiettate sull’erba, sono una sentinella. Non solo della biodiversità, ma della nostra capacità di compassione. Ogni volta che uno di loro cade, cade anche un frammento di ciò che potremmo essere. Cade un’idea di mondo in cui la vita non è misurata per utilità ma per presenza, cade un richiamo che ci raggiunge tardi, quando l’animale non può più rispondere. La domanda che pongono, e che ormai non possiamo più evitare, è semplice: quale parte di noi si perde, quando lasciamo che si estinguano loro?