
Parrelli è solo una parola, finché non conosci ciò che ci sta dietro
Nel canile Parrelli, sulla Prenestina, a Roma, i cani e i gatti non vivevano: resistevano. Non erano ospiti né ricoverati, ma presenze dimenticate, collocate ai margini di un dolore che nessuno, per anni, ha voluto riconoscere. Fame che asciugava i fianchi, sete che bruciava la lingua, gabbie umide che non proteggevano da nulla, promiscuità imposta come una condanna, malattie lasciate a proliferare come una vegetazione tossica. Le loro vite erano ridotte all’osso, letteralmente e etologicamente, in quanto esseri senzienti relegati in uno spazio dove la dignità non aveva più appigli.
Da questo luogo nasce il processo contro la titolare, una collaboratrice, il direttore sanitario e, inizialmente, anche quattro veterinari pubblici incaricati della vigilanza. Per anni, quei cani e quei gatti sono stati rinchiusi in recinti troppo stretti per voltarsi, senza cure, senza pulizia, senza acqua cambiata, senza cibo sufficiente. Senza qualcuno che interrompesse il vortice della sofferenza. Le accuse parlano di ‘crudeltà’ e ‘sevizie’, termini duri, ma gli unici capaci di contenere ciò che è emerso.
Le indagini hanno scoperchiato un orizzonte più cupo di qualsiasi sospetto, cuccioli soppressi e bruciati, cani uccisi e sepolti sotto il pavimento, migliaia di animali scomparsi, con un numero stimato in settemila in vent’anni. Settemila esistenze evaporate una dopo l’altra, come se il loro scomparire non avesse peso, come se nessun animale avesse memoria. Le intercettazioni non lasciano rifugi narrativi: «Ogni cane morto è uno di meno», «Tutti quelli che possiamo sopprimere, li dobbiamo sopprimere», «Il piccoletto non ha il microchip? Possiamo sopprimerlo». Sullo sfondo, un coro di latrati, unica testimonianza. Per anni, nessuno lo ha ascoltato davvero.
Quando la titolare mormora «Quanto mi piacerebbe che morissero tutti», pronuncia involontariamente la natura più profonda della vicenda: non un episodio, non una deviazione, ma un sistema. Una trama di omissioni, risparmi, indifferenze, piccoli profitti custoditi nel silenzio. Il terreno in cui i reati sugli animali possono radicare e crescere fino a diventare abitudine, palestra emotiva di un potere esercitato su chi non può difendersi, senza conseguenze.
Il processo, chiuso in appello nel 2020, ha confermato la responsabilità penale della titolare e di due inservienti per detenzione incompatibile e gravi sofferenze inflitte agli animali. I veterinari ASL sono stati assolti, ma la loro assoluzione non cancella il fatto che la vigilanza, in quel luogo, non abbia funzionato e quando la vigilanza fallisce, per gli animali non c’è nessun altro argine. Ai condannati è stato riconosciuto l’obbligo di risarcire le parti civili, ma la prescrizione ha impedito l’esecuzione della pena. Anche questa è una ferita collettiva: una condanna che non incide, un dolore che non trova piena giustizia. Ciò che è accaduto al Parrelli non appartiene a un’eccezione statistica, è il sintomo di una cecità più ampia, sociale, culturale.
Nei procedimenti giudiziari la sofferenza animale rimane ai margini, come se valesse meno, come se la vita di un cane o di un gatto fosse misurabile solo in relazione al nostro interesse. Restituire centralità agli animali non significa sentimentalismo, significa riconoscere che i reati contro di loro sono segnali precoci di una violenza che, una volta normalizzata, non conosce confini di specie. Ogni corpo sepolto sotto quel pavimento, ogni cucciolo bruciato, ogni cane abbandonato alla sete è un avvertimento civico, perché dove l’attenzione manca, dove la cura viene considerata un optional, lì germoglia la crudeltà.
Il Parrelli è stato chiuso. Ma la domanda che ci consegna non appartiene al passato. Perché la sofferenza animale non è una nota a piè di pagina nelle cronache giudiziarie, è un test fondamentale della nostra capacità di riconoscere l’altro, chiunque egli sia, come qualcuno che sente, che desidera vivere, che merita tutela. E da come rispondiamo a questa domanda si misura anche il nostro modo di stare al mondo.