Lunghezza era una terra all’apparenza invisibile, tutti la vedevano ma quasi nessuno aveva il coraggio davvero di guardare

A Lunghezza, alla periferia romana, c’è un pezzo di terra che per anni ha custodito una storia storta, lasciata a marcire sotto gli occhi di chi passava senza davvero guardare. Su un terreno, occupato abusivamente da un uomo che si definiva allevatore, cavalli, asini, muli e bardotti hanno vissuto, o cercato di farlo, in condizioni che nessuna società capace di provare vergogna avrebbe accettato. Corpi ridotti all’osso, ferite che nessuna mano ha mai tentato di curare, fame incollata alle costole, immobilità come unica forma di sopravvivenza. E poi i cadaveri degli animali che non ce l’avevano fatta venivano spinti con una ruspa e gettati nel fiume Aniene, come un gesto che pretendeva di cancellare prove e invece amplificava il nauseabondo odore morale di ciò che accadeva lì. Era un dolore sistematico, ripetuto, quasi amministrato.

E per troppo tempo tollerato dall’inerzia istituzionale. Già nel 2013 e poi nel 2016 erano arrivate denunce, equidi feriti, agonizzanti, morti. Ogni episodio avrebbe dovuto imporre un intervento immediato, invece ogni episodio è scivolato nel silenzio. Per questo Legambiente, Italian Horse Protection, Progetto Islander e Il Rifugio degli Asinelli, con il supporto degli avvocati di Legambiente, hanno depositato un nuovo esposto, determinati a interrompere quella spirale di abusi che l’assenza di controlli stava rendendo possibile. La sofferenza degli animali, soprattutto quando sembrano appartenere a nessuno, viene spesso ignorata fino a diventare paesaggio. Poi, finalmente, una crepa nell’indifferenza.

Su segnalazione delle associazioni, i Carabinieri forestali sequestrarono due equidi ormai in fin di vita e il 16 febbraio 2018 la Procura della Repubblica di Roma ordinò il sequestro di tutti gli animali superstiti, affidandoli a Legambiente e all’Associazione Progetto Islander. Un tentativo di sottrarli a un destino che non era più una previsione, ma una condanna già in corso. Il luogo dove vivevano parlava da solo, un’unica struttura pericolante, lastricata di filo spinato e lamiere taglienti, con tutt’intorno rifiuti, anche tossici, accumulati come in una discarica abusiva. In quello spazio, tra il 2016 e il 2018 si era consumata una piccola strage documentata: sette cavalli e un asino morti. Ogni morte denunciata, ogni denuncia lasciata senza risposta. Due episodi, più di altri, si sono incisi nella memoria dei pochi cittadini che per anni hanno cercato di spezzare quel silenzio. Il 13 maggio 2017 trovarono un giovane cavallo, poco più che un anno, a terra da giorni, con una frattura esposta invasa dalle larve, disidratato, febbricitante, così debole da non riuscire ad alzare la testa.

Ore di telefonate ai veterinari e alle forze dell’ordine non portarono nessuno sul posto, solo l’intervento del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri rese possibili l’arrivo di una pattuglia e dei veterinari dell’ASL RM2, ma ormai era tardi. L’unico gesto rimasto era la soppressione, per mettere fine a una sofferenza che aveva ampiamente superato la soglia del tollerabile. L’8 febbraio 2018 la scena tornò identica, e insieme più estrema, quando una segnalazione di cittadini portò i volontari di Legambiente, i Carabinieri forestali e i veterinari dell’ASL RM2 davanti a un puledro stremato e a un pony grigio di quattordici anni, disteso in un rudere: ferite ovunque, il corpo ridotto all’essenziale, un respiro che sembrava solo la memoria di ciò che era stato. Furono sequestrati e portati nelle strutture dell’ASL, ma le condizioni erano troppo gravi.

Legambiente e Progetto Islander, nominati custodi giudiziari, organizzarono il trasferimento all’Ospedale veterinario dell’Università di Perugia. Il pony morì nella notte. Il puledro invece no, il suo corpo rispose, riemerse. Come se la cura ricevuta all’improvviso rimettesse in circolo qualcosa che era stato sospeso, ma non cancellato. Poco più di un mese dopo, la Procura di Roma affidò alle due associazioni la custodia giudiziaria di tutti i sessanta equidi sopravvissuti a Lunghezza e cominciò un lavoro che non ha nulla di eroico, ma tutto di necessario, fra turni, trasporti, medicazioni, pasti regolari, protezione. Un lavoro volontario quotidiano, intenso, durato cinque anni. Il contrario esatto dell’indifferenza che aveva permesso quegli abusi.

Nel dicembre 2022, con la morte dell’imputato, il Tribunale di Roma ha disposto la confisca e l’assegnazione definitiva di tutti gli animali al Comune di Roma Capitale. Si è chiuso così, almeno formalmente, un capitolo rimasto sospeso tra omissioni e inerzia per troppo tempo. Ma è proprio da qui che nasce la domanda che riguarda tutti: quanto siamo disposti a ignorare la violenza quando non riguarda i nostri animali? E che cosa rivela di noi la facilità con cui permettiamo che soffra chi non può chiedere aiuto? A Lunghezza, la sofferenza era lì, esposta come un monito che quasi nessuno raccoglieva. Ora che qualcuno finalmente lo ha fatto, il dovere, civile e istituzionale, è uno soltanto, dare la vita migliore a quegli animali e impedire che quella storia si ripeta. Non in quel campo, non altrove, non più.