
Da un inseguimento di levrieri, registrato quasi per caso, questa vicenda comincia a trasudare violenza in un modo che, all’improvviso, smette di essere considerato normale
In Sardegna, il Corpo forestale regionale ha documentato una serie di episodi che parlano di violazioni venatorie ma prima ancora di creature lasciate soffrire dentro un silenzio che abbiamo imparato a considerare normale, accettabile. È questo silenzio, più dei reati stessi, che occorre incrinare, come si incrina una superficie troppo liscia per essere vera. A Sanluri, i forestali si sono trovati davanti due lepri sarde ormai senza vita. I corpi conservavano ancora i segni netti dei morsi dei levrieri che le avevano inseguite. Una lepre in fuga non è solo un animale in movimento, è un essere con il cuore che accelera fino allo sfinimento, con ogni fibra impegnata a rimanere viva un secondo di più.
Quando viene raggiunta dai levrieri, non smette subito di sentire. Viene trascinata, lacerata mentre la coscienza ancora pulsa. È questo dolore, immediato, irriducibile, che la cronaca appiattisce nella parola ‘bracconaggio’. Ma dietro quella parola c’è il terrore, c’è uno sguardo che nessuno ha visto. L’uomo responsabile era già stato sorpreso anni fa a cacciare cinghiali con cani da presa dentro un’oasi faunistica. La reiterazione non riguarda soltanto il reato, riguarda un’abitudine alla crudeltà, la sua trasformazione in routine, come se bastasse ripeterla abbastanza volte per renderla innocua e non vera.
Nel parco regionale di Gutturu Mannu, un altro bracconiere catturava tordi da rivendere come ‘grive’. Dentro ogni uccello infilzato allo spiedo delle ‘tacculas’ c’è una storia che non arriva mai al tavolo di chi mangia, che è la storia di ali spezzate nel tentativo disperato di liberarsi dalle reti, di zampe ferite, di minuti lunghi come ore in cui l’ansia si stringe addosso come una seconda gabbia. Otto piccoli corpi per un piatto da cento euro, un prezzo che non misura il valore del cibo, ma quello dell’indifferenza di chi vuole permettersi di non vedere. A Sinnai, un uomo di cinquantadue anni è stato sorpreso dai forestali mentre sistemava reti e trappole.
Centocinquanta trappole sequestrate, dispositivi che non uccidono all’istante, i tordi restano imprigionati per ore, a volte per giorni, e si dibattono finché la stanchezza non li svuota, finché fame e disidratazione non corrodono la resistenza, finché il filo di nylon non diventa un muro contro cui il petto si schianta, col ritmo animalesco di chi crede, ancora, che un colpo in più possa restituire il cielo. A Masainas, un altro bracconiere posizionava lacci per cinghiali e reti per uccelli. Un laccio non è un semplice oggetto, è un cappio di metallo che trattiene e stringe, che taglia lentamente tessuti e ossa di qualsiasi animali. Non è selettivo, prende tutto. I cinghiali, come qualsiasi altro animale, possono restare intrappolati per ore o giorni, tirando con l’ultima forza rimasta mentre il cappio affonda nella carne. Possono morire soffocati, dissanguati o di infezioni che iniziano come una ferita e diventano una condanna. Tutto questo per un oggetto che costa pochi euro e può distruggere una vita intera con un’efficienza sorda e cieca.
Questi episodi non sono ‘piccoli reati’, sono la prova di quanto sia facile ignorare il dolore animale quando avviene fuori dal nostro campo visivo o viene nascosto e protetto dalla comoda coperta della tradizione. Le ferite invisibili, il panico, la fame, l’agonia silenziosa, restano fuori dal racconto perché disturbano, vanno negate. Perché impediscono di fingere che tutto ciò sia marginale, folkloristico, inevitabile. Eppure, è proprio questo che dovremmo vedere: la corsa disperata della lepre, il battito d’ali di un tordo contro una rete che non cede, la zampa di un cinghiale serrata in un cappio che stringe più di quanto l’occhio umano possa immaginare, il respiro che si abbrevia, si sporca, si spegne. Se non guardiamo tutto questo, non comprendiamo davvero il reato e la sua gravità. Ma, soprattutto, non comprendiamo il rischio più grande, quello di normalizzare la crudeltà verso gli animali, che significa allenare la propria indifferenza verso ogni forma di violenza. Una società che accetta il dolore animale come rumore di fondo è una società che, a poco a poco, accetta che qualsiasi dolore possa diventare rumore di fondo. Non è una questione di caccia né di consuetudini locali.
È la misura della nostra capacità, o incapacità, di riconoscere una vita che soffre e di rifiutare che ciò avvenga per profitto, per gusto, per abitudine. Nessuna tradizione, per quanto radicata, può giustificare la sofferenza degli altri esseri viventi, perché ciò che chiamiamo tradizione dovrebbe custodire la memoria di ciò che siamo stati, non la giustificazione di ciò che non dovremmo più essere.