
Quello che leggerai accade in un luogo in apparenza anonimo: Cittanova, tra Modena e Formigine, dove la normalità diviene maschera
A Cittanova, tra Modena e Formigine, il buio non era un semplice intervallo tra il giorno e la notte, ma un sistema. Era la sostanza stessa dell’esistenza di 365 cani ammassati in gabbie da conigli, sollevate da terra come cassette di frutta impilate. Lì dentro la luce non arrivava, o forse arrivava a brandelli, filtrando per un istante e poi scomparendo, come se anche il chiarore avesse paura di quel luogo che avrebbe dovuto essere una ‘fattoria didattica’ e che invece era diventato un magazzino di animali vivi, catalogati per razza come prodotti in una lista d’inventario.
C’erano i labrador e i golden retriever, che il mercato ama per il carattere mansueto, i setter dalle ossa leggere, i chihuahua tremanti, i barboncini minuscoli, gli yorkshire dal pelo lucido. C’erano le razze che promettono dolcezza e compagnia, ma nessuno dei loro nomi bastava a restituire identità ai singoli animali. In quelle gabbie l’animale non esisteva: esisteva solo il giro d’affari.
I cuccioli che non riuscivano a stare in piedi venivano chiamati ‘inabili’, come se la debolezza dei primi giorni fosse un difetto, un ostacolo commerciale. Fuori, sulle piattaforme online, gli annunci promettevano cuccioli ‘pronti per la consegna’, senza troppi documenti né domande. Dentro, nel fienile e nel sottotetto, la realtà era fatta di file di gabbie sporche, troppo strette per voltarsi, troppo basse per allungare il collo. Alcuni cani non vedevano il sole da giorni, forse settimane.
L’odore era una mescolanza spessa di urina, pelo bagnato e paura, come una presenza che si attaccava alla pelle di chi entrava e non lo lasciava più. L’indagine è iniziata da poche segnalazioni, timide come leggeri colpi alla porta, da cittadini che avevano visto cuccioli troppo piccoli, senza microchip, venduti a un ritmo che non lasciava spazio alle domande. Gli agenti della Polizia municipale, fingendosi acquirenti, hanno confermato ciò che sospettavano: dietro la facciata di un’attività regolare, si consumava un sistema di maltrattamento costruito sull’abitudine a chiudere, trattenere, ignorare.
Quando i vigili, accompagnati da due veterinari dell’Università di Bologna, hanno eseguito i decreti di ispezione, il silenzio si è spezzato. Hanno trovato cani storditi dalla paura, animali che non abbaiavano quasi più, come se avessero imparato che il suono attirava punizioni o, semplicemente, che non serviva. Nel sottotetto l’aria era così ferma che respirare voleva dire trattenere anche il disgusto, nel fienile, invece, la vita conviveva con i rifiuti, come se nessuno avesse più distinto ciò che era vivo da ciò che si getta.
Una cucciolata di quattro piccoli è nata proprio mentre gli agenti erano presenti, in un angolo in cui la madre cercava spazio per sdraiarsi. Il sequestro è stato immediato, il proprietario dell’azienda e la moglie sono stati denunciati per maltrattamento: un reato che continua a essere percepito come ‘minore’, come se negare dignità a centinaia di esseri senzienti fosse un dettaglio e non un campanello d’allarme sociale.
La violenza che non fa rumore, che passa inosservata, che non chiede sangue per essere reale, è spesso quella che cresce meglio, perché prospera nell’indifferenza e si perfeziona nel silenzio. La condanna di primo grado è arrivata: otto mesi per lui, sei mesi per lei, e un risarcimento di 4.000 euro destinato all’associazione costituitasi parte civile.
Al cinquantaquattrenne è stata sospesa per sei mesi l’attività professionale, la fattoria didattica è stata posta sotto sequestro, perché non poteva continuare ad ospitare animali, non in quelle condizioni, non dopo ciò che era stato visto. Da lì è iniziato il compito più faticoso, quello che non fa notizia con la stessa intensità del sequestro: trasferire 365 cani impauriti, denutriti, privati di esperienze elementari, nei canili di Modena e delle province vicine.
Questa storia non è solo la cronaca di un maxisequestro. È un invito, urgente, irrevocabile, a riconoscere che la sofferenza animale non è un dettaglio che ci attraversa di sfuggita tra una procedura e l’altra del nostro sistema giudiziario, ma è il cuore stesso dell’ingiustizia che denunciamo. Perché ciò che facciamo agli altri animali disegna, con precisione brutale, la forma del nostro sguardo sul mondo e la nostra capacità di guardare o, al contrario, la facilità con cui scegliamo di girarci dall’altra parte.