
Di Amarena ricordiamo un’immagine, ma è ciò che non abbiamo visto a chiedere di essere raccontato
La storia di Amarena, l’orsa che cercava soltanto frutta e spazio per vivere, non è il racconto di un animale confidente, né di un episodio isolato. È la storia di una presenza viva, riconosciuta, nominata, attesa, che camminava sul fragile confine tra il bosco e le nostre paure. Amarena non era una sigla nei registri del Parco nazionale d’Abruzzo, era un animale vero, un respiro che si infilava tra i rami e le case, una madre che portava con sé la prudenza e la fame. Cercava ciliegie, la sua debolezza più innocente, e la si vedeva arrivare con quel passo misurato di chi non vuole disturbare: si affacciava ai margini dei paesi come un’ombra buona, spesso seguita dai cuccioli che la osservavano in ogni gesto. Lei non minacciava, non sfidava. Solo cercava ciò che per un’orsa è vita: zuccheri, energia, riparo.
Noi guardavamo, scattavamo foto, mentre lei insegnava ai suoi piccoli che l’uomo non era un pericolo. Insegnamento fatale. Le prime segnalazioni risalgono al 2016, quando Amarena, quattro anni appena, si muoveva tra gli alberi da frutto di Bisegna e San Sebastiano, in pieno giorno. La sua immagine rimbalzava online come una cartolina esotica, una creatura a metà tra fiaba e curiosità turistica. Ma la distanza di sicurezza si assottigliava. L’illusione di poter convivere senza disciplina, senza educazione, senza tenere a mente la vulnerabilità dell’altro, le stava intorno come una minaccia silenziosa. Le autorità provarono a proteggerla con radiocollari, frutti rimossi, ordinanze che cambiavano a seconda del vento politico. Interventi importanti ma discontinui, come se la vita di un animale estremamente raro, una femmina riproduttiva in una popolazione che sfiora appena la cinquantina di individui, potesse dipendere dalla buona volontà del momento.
La confidenza di Amarena cresceva, la distanza si assottigliava, fino a quando cominciò ad avvicinarsi anche ai greggi. Nel 2020 la scena si ripeté: lei, seguita da quattro cuccioli, passeggiava nelle vie di Villalago e Bisegna come se stesse attraversando un bosco abitato. Un’intera regione accorreva a fotografarla, a filmarla, a trasformare la sua vulnerabilità in un evento. Nessuno, o quasi, vedeva l’altra faccia, quella di una madre che stava educando i figli a fidarsi di chi raramente ricambia la fiducia. Tra quei cuccioli c’era anche Juan Carrito, che avrebbe pagato con la vita quell’eccesso di vicinanza investito da un’auto nel gennaio 2023. Una morte annunciata, come tutte le morti che derivano da un confine non rispettato, e poi, la notte del 31 agosto 2023: uno sparo. Uno solo, letale. Amarena non stava attaccando, non stava correndo, non stava minacciando. Era in posizione neutra, su quattro zampe, nel gesto quotidiano di chi cerca cibo per i propri piccoli.
L’uomo che ha premuto il grilletto ha parlato di paura e di proprietà, ma secondo l’accusa avrebbe usato proiettili artigianali pensati per infliggere un danno maggiore, sparando ad altezza d’uomo, mettendo a rischio perfino i vicini. Ha colpito un’orsa che in quel momento era solo una madre alla ricerca di sostentamento, i suoi due cuccioli sono rimasti soli nel bosco. Una solitudine che non ha nulla di romantico: è fame, smarrimento, un inverno che arriva troppo presto. La morte di Amarena ha attraversato l’Abruzzo come un’onda scura. Villalago ha scritto ‘Perdiamo un pezzo di cuore e un pezzo della nostra storia.’ Ma la sua storia non è finita con quel colpo di fucile: comincia lì, nella domanda che ci rivolge in silenzio. Chi vogliamo essere quando il selvatico ci guarda? La vicenda di Amarena parla del nostro rapporto con ciò che non controlliamo: la paura che ci abita, l’istinto di eliminare ciò che turba la nostra routine, la convinzione inconfessata che la vita animale sia negoziabile. È in quel varco, minuscolo, ma decisivo, che cresce la radice della crudeltà: l’idea che il fastidio umano valga più della vita di un altro essere. Biologhe, scrittori, guide ambientali lo ripetono da anni: la convivenza non si costruisce ridicolizzando la paura né alimentando l’odio.
Si costruisce con cultura, disciplina, cura. Con la capacità di accettare che il selvatico non è un intruso, ma un vicino fragile, antico, che ha diritto al suo spazio tanto quanto noi abbiamo diritto alla nostra casa. Per questo la storia di Amarena è molto più che la perdita di un animale raro. È un punto di frattura morale, la dimostrazione che ogni gesto di violenza verso gli animali selvatici è un messaggio sociale, un allenamento emotivo alla rimozione del dolore altrui, una preparazione alla crudeltà. La linea che separa un colpo di fucile a un’orsa da altre forme di violenza è più sottile di quanto ci rassicuriamo a pensare. Amarena non era un simbolo. Era una vita reale, sensibile, che cercava nutrimento per sé e per i suoi figli, che respirava il bosco e ne portava l’odore addosso. Una madre. La sua morte ci costringe a guardare il punto in cui il nostro modo di vivere entra in collisione con il diritto degli altri esseri viventi semplicemente ad esistere. A ricordarci che la protezione degli animali non è sentimentalismo, è un dovere civile, un indice della nostra capacità di riconoscere valore all’altro, soprattutto quando non parla la nostra lingua, non vive secondo i nostri ritmi, non appartiene alla nostra specie. E che il vuoto lasciato da Amarena, nel bosco e in noi, non è un’assenza: è una domanda ingombrante che non possiamo più permetterci di ignorare.