Nelle carte dell’operazione ‘Crudelia de Mon’ c’è un silenzio che, una volta scoperchiato, non si richiude più

L’operazione ‘Crudelia de Mon’, chiusa nel 2021 dopo oltre due anni di indagini dei Carabinieri forestali del Nucleo Cites di Ancona e coordinate dalla Procura, ha spalancato la porta su un mondo che preferiamo ignorare: un’economia parallela costruita sulla sofferenza animale, precisa come un’officina clandestina e redditizia come qualunque impresa criminale ben organizzata. Un luogo in cui il dolore non è un incidente, è materia prima, routine, scarto necessario. Nelle carte dell’inchiesta scorrono reati, date, regioni e nomi, ma il linguaggio giudiziario non può contenere l’essenziale: ciò che significa, per un cucciolo di poche settimane, venire afferrato per essere trasformato in qualcosa che il mercato desidera.

Le loro orecchie, le loro code, superfici vive, sensibili, innervate, sono state tagliate non per salvarli, ma per renderli più vendibili. In quegli istanti, mentre il metallo incideva la carne, l’animale non sapeva di trovarsi al centro di un business. Conosceva solo la lacerazione, il disorientamento, il suono improvviso del proprio stesso dolore. L’indagine ha portato alla denuncia di quaranta persone, ventinove allevatori attivi in nove regioni e undici veterinari. Cinquantadue amputazioni illegali accertate, quarantuno cani spediti oltre confine con documenti falsi. E a colpire, prima ancora dei numeri, è la serenità burocratica con cui tutto veniva compiuto: carte compilate con grafia regolare, timbri perfetti, passaporti pronti a legittimare ciò che legittimo non era.

Tra il 2017 e il 2019, sedici allevatori e quattro veterinari, nelle province di Ancona, Macerata e Cosenza, hanno collaborato a questo sistema. Alcuni certificati erano scritti a mano dagli stessi professionisti che poi attribuivano la firma a colleghi stranieri del tutto estranei, o inesistenti, nomi vuoti prestati a un dolore che non sarebbe mai stato il loro. Nelle perquisizioni sono comparsi timbri contraffatti, libretti sanitari vergini, passaporti già pronti. Strumenti che, insieme, servivano a costruire una versione fittizia della vita di un cane, un’identità corretta, ripulita, resa commerciabile. Settantasette i documenti falsi accertati, venti certificati veterinari che riproducevano operazioni mai avvenute, cinquantasette libretti e passaporti destinati ad autorizzare viaggi illegali.

I cuccioli venivano spediti soprattutto negli Stati Uniti: cane corso, mastino napoletano, organismi ancora immaturi, costretti a sostenere spostamenti estenuanti, privati del ciclo vaccinale di base. Alcuni viaggiavano senza protezione antirabbica, con età falsificata, come se una data modificata potesse ingannare la fragilità del loro corpo. Nel frattempo, altri cinque cuccioli, american pitbull terrier, bulldog, golden retriever, venivano importati dagli Stati Uniti, tutti sotto i tre mesi, tutti senza vaccino. Arrivavano come si importa un oggetto, senza tutela, senza qualcuno che li guardasse come esseri viventi. Due veterinari della provincia di Macerata sono stati denunciati per aver fornito vaccini e microchip ad allevatori che poi li applicavano di propria mano.

E non è difficile immaginare il terrore di un cucciolo mentre un ago gli entra nella pelle in un magazzino, da mani che non conoscono la procedura né la sofferenza che stanno infliggendo. In quei luoghi, la medicina non è cura, è una scorciatoia per accelerare una filiera che ha come unica misura il profitto. Un trasportatore di Bari ha contribuito a esportare trenta cani verso gli USA e ad importarne altri cinque, tutti troppo giovani, tutti con carte falsificate. Tutti trattati come merce da spingere attraverso confini che non hanno mai chiesto di attraversare. Il filo che cuce insieme ogni segmento di questa operazione non è solo l’illegalità, è qualcosa di inquietante: l’allenamento emotivo alla crudeltà.

La capacità di considerare il dolore animale un insignificante rumore di fondo. La distanza costruita, nutrita, resa comoda, che permette di guardare un essere senziente e vedere solo un guadagno, un modulo da compilare, un ostacolo da risolvere con una firma falsa. Ma la sofferenza degli animali non è un dettaglio secondario, esiste, respira e trema. Esiste nelle orecchie tagliate senza anestesia, nella pelle che pulsa, nei gemiti soffocati di chi non sa perché sta soffrendo. Esiste nel buio delle gabbie dove i cuccioli trascorrono le ore precedenti alla spedizione. Esiste nella loro ricerca istintiva della madre, nel vuoto che trovano, nel freddo del metallo su cui poggiano. Riconoscere questa sofferenza non è un esercizio sentimentale, è un dovere civile. Perché la violenza verso gli animali non resta mai confinata agli animali, è un modello che si replica, una soglia che si abbassa. È una pedagogia oscura della disumanizzazione. La storia di ‘Crudelia de Mon’ non è solo una vicenda criminale, ma è uno specchio che ci mostra chi siamo quando pensiamo che il dolore dell’altro, soprattutto dell’altro non umano, non riguardi noi. E ci chiede, con una fermezza che non ammette retorica, di scegliere se continuare a voltare lo sguardo o iniziare finalmente a guardare.