
Sei camaleonti in viaggio dove non avrebbero mai dovuto essere. Il resto lo scoprirai leggendo
Sull’autostrada Napoli–Bari, nel tratto che sfiora Montemiletto, l’allarme non è arrivato da un lampeggiante o da un gesto sospetto, ma da un odore. Un tanfo compresso, caldo, che sapeva di vita strizzata fino a diventare qualcosa di diverso dalla vita stessa. Lì, prima ancora di vedere le gabbie, la Guardia di Finanza ha intuito che quella Fiat Multipla trasportava un carico che nessuna macchina dovrebbe contenere.
Quando il portellone si è sollevato, dal buio dell’abitacolo si è srotolato una specie di inventario insopportabile: oltre mille e settecento animali esotici stipati in un ordine che aveva solo la logica del profitto. Le tartarughe acquatiche erano impilate come monete, con il peso dell’una a negare il respiro all’altra; i pappagalli, compressi in file di ali che non potevano aprirsi, sembravano aver dimenticato il principio stesso del volo; criceti, topini bianchi, scoiattoli giapponesi: un pulviscolo di corpi piccoli, fatti per muoversi, e invece immobili fra griglie e cartoni.
I camaleonti, sei in tutto, avevano quello sguardo opaco che negli animali compare quando il mondo si riduce a pochi centimetri d’aria. Il conducente, quarantanove anni, un negozio di animali esotici nel barese, ha parlato di ‘merce’ e dell’equivalente in euro: circa ventimila. Un listino che traduce ogni creatura in quantità, in resa, in scambio. Ha ammesso che il trasporto non rispettava le regole, ma a vederlo, era qualcosa di più. Era un esperimento di annullamento, la riduzione sistematica di esseri viventi a ciò che occupano, non a ciò che sono.
I militari hanno contato, uno per uno: centinaia di pappagallini di specie diverse, molti incapaci di stare eretti; trecento topini schiacciati in contenitori senza aria; centocinquanta criceti; una trentina di scoiattoli giapponesi; i sei camaleonti privati dello spazio minimo per muoversi; e poi mille tartarughe acquatiche, molte con il collo proteso in un gesto che somigliava a una domanda, aria. Una parte di loro appartiene a specie tutelate dalla Convenzione di Washington, animali minacciati per definizione, resi tali dall’avidità umana. Alla clinica veterinaria di Pianodardine, i corpi sono stati ridistribuiti, idratati, osservati, qualcuno con lesioni dovute agli urti, molti in stato di stress estremo, quasi tutti oltre il limite di sopportazione fisiologica per un viaggio che non avrebbe dovuto esistere.
Una storia che non riguarda solo quella Multipla, né quell’uomo, né la notte in cui tutto questo è accaduto, ma quando abbiamo iniziato a tollerare che la vita venga ridotta al suo volume? In quale momento l’abitudine ci ha resi ciechi al soffocamento degli altri? È un meccanismo noto, la crudeltà raramente esplode, più spesso si deposita e si insinua nelle pratiche, negli automatismi, nella contabilità. L’indifferenza che alleniamo sugli animali non resta confinata a loro, diventa un’abitudine dell’essere, una forma di cecità che poi si sposta, si allarga, trova altri bersagli.
Questa storia non offre redenzioni, né metafore facili. È, più semplicemente, un promemoria di quanto vicino al disumano possiamo scivolare quando decidiamo che la vita degli altri, anche se minuscola e diversa, è sacrificabile alla nostra convenienza.