
Da due cuccioli di leone inizia un percorso che porta molto più lontano…
L’operazione ‘Simba’ comincia da un dettaglio che, a forza di ignorarlo, abbiamo quasi smesso di saper riconoscere: un pianto che non fa rumore. Due cuccioli di leone, fratello e sorella, uno a Viareggio, l’altro a Palermo. Due corpi ancora leggeri, ma già privati dello spazio necessario al proprio futuro, perché le loro gabbie erano così minuscole da non contenere nemmeno l’idea di un passo.
Due cuccioli di una specie minacciata e protetta, strappati alla libertà e ridotti a esche, come attrattiva per turisti, ornamento vivente da circo, merce da far passare di furgone in furgone come un pacco fragile di cui non importa il contenuto, solo la resa. Il personale del servizio CITES del Corpo forestale dello Stato li ha trovati chiusi in veicoli che non erano rifugio ma minaccia, lamiere troppo vicine, aria quasi nulla, pavimenti sconnessi pronti a ferire.
Le gabbie non garantivano né spazio, né sicurezza, tantomeno il gesto minimo della dignità. E in quegli spazi ristretti si poteva misurare non solo la loro immobilità, ma anche la logica che li aveva confinati lì, una geometria del profitto che calcola la sofferenza come variabile trascurabile. La paura dei cuccioli, tremori muscolari, respiro corto, occhi spalancati non per curiosità ma per allarme, era tangibile quanto l’acciaio delle gabbie. Paura continua, stratificata, di quelle che lavorano nel buio e che, una volta inscritte, non si cancellano più.
Gli agenti sapevano che dietro quel trasporto c’era un sistema e le indagini lo hanno confermato. Documenti falsificati, certificati CITES ‘di copertura’ usati come lasciapassare, una rotta apparentemente legale, Francia–Iran, che in realtà mascherava una detenzione finalizzata allo sfruttamento. I cuccioli venivano ‘esibiti’ accanto ai circhi per attirare visitatori, la pubblicità fatta carne, sguardo, profitto. Il leoncino recuperato in Toscana è stato portato al Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica di Monte Adone, l’altro, ritrovato a Palermo, lo avrebbe raggiunto pochi giorni dopo.
Due vite minuscole che, per la prima volta dopo mesi, potevano respirare uno spazio pensato per salvarle e non per contenerle. Ma la loro vicenda era solo un frammento di un disegno più vasto, la sezione investigativa CITES di Roma aveva già incontrato quella stessa impronta in furgoni improvvisati, strutture instabili, animali stipati come se la loro crescita non fosse un processo reale ma un ostacolo logistico da superare. Così erano state trovate le due leonesse sequestrate a Fiano Romano, il cucciolo di leone esibito senza documenti in un circo a Brescia, le tre ligri, ibridi nati dall’incrocio fra leone e tigre, trasportate senza autorizzazione in provincia di Chieti, le otto tigri abbandonate in un canile a Somma Lombardo, i quattro leoni e le cinque tigri sequestrati a Napoli, detenuti senza alcun permesso, come se fossero oggetti di cui si possiede il diritto di uso e non esseri capaci di provare dolore.
Ogni sequestro aveva il suo elenco di violenze taciute, tra acqua razionata, fame continua, corpi costretti a piegarsi in gabbie troppo piccole, il rombo dei motori che amplifica il terrore e i trasporti interminabili che trasformano la strada in un corridoio di paura. E poi l’isolamento, che in un felino giovane è una ferita che non cicatrizza, una memoria che sottrae la possibilità di tornare, un giorno, a una vita libera. Eppure, tutto questo veniva ancora incasellato come irregolarità, come violazioni amministrative, come reati ambientali di bassa intensità.
Come se a essere feriti fossero solo loro, e non anche noi, ogni volta che accettiamo che un essere vivente venga ridotto alla funzione che assegniamo loro: attrarre, intrattenere, rendere. L’indagine ‘Simba’ non ha solo fermato un traffico illegale, ha costretto a guardare dentro ciò che i circhi mostrano solo di scorcio, abbagliando con le luci dei riflettori, dove restano le carcasse delle illusioni tra i furgoni chiusi, le sbarre e le urla impossibili. Ha costretto a chiamare questi atti con il loro nome, delitti. Non pecche rimediabili, non disattenzioni, ma delitti contro la vita di animali pienamente senzienti, trattati come cose.
Questa è la storia. Così com’è accaduta, senza orpelli, senza veli. Un frammento sufficiente a misurare la distanza tra ciò che diciamo di riconoscere e ciò che, con imbarazzante frequenza, scegliamo di ignorare.