C’è stato un momento, nella festa di Santa Venera del 2005, in cui la storia ha smesso di essere folklore ed è diventata qualcos’altro. È da lì che questo racconto comincia

Ad Avola, nel luglio del 2005, la festa di Santa Venera avrebbe dovuto essere un rito collettivo, un richiamo identitario che profumava di estati ripetute e di cavalli lanciati lungo vie già scolpite nella memoria del paese. Ma quella volta, sotto l’azzurro spietato del pomeriggio, qualcosa si era incrinato. Non era l’ordito della tradizione, ma la voce stessa degli animali che, a chi li guardava davvero, sembrava chiedere sottovoce: quanto ancora?

Il primo grido, muto, strozzato, venne da un cavallo trovato seviziato dal suo artiere. La lingua tirata da una corda, un nodo crudele che impediva respiro e saliva, eppure pretendeva la corsa. Una tortura minuscola, invisibile a distanza, così perfettamente incastonata dentro la normalità da passare quasi per gesto tecnico, ma chi si avvicinò sufficientemente vide il tremore: quello di un corpo che cerca di obbedire mentre dentro cede qualcosa. Fu allora che intervenne il Commissario Teo Belvisio, l’uomo dell’ordine che entra in scena non per moralizzare, ma per sciogliere la corda da una bocca sanguinante. Denunciò l’artiere ventinovenne e trovò un cavallo che tremava non per lo sforzo, ma per il dolore inflitto. Non era stato un caso isolato, dato che nelle prove dei giorni precedenti, le partenze a cronometro si erano trasformate in un teatro di resistenze con animali che si rifiutavano di entrare nelle gabbie, che disarcionavano i fantini in salti che non erano ribellione ma disperazione, un modo primitivo e urgente di dire ‘non posso più’.

Lo stress, il rumore, la confusione, le cure mancate: tutto ribolliva nei loro corpi come un presagio. Poi arrivò la corsa del viale Lido, L’asfalto caldo come una lastra di metallo, il sudore che cadeva in gocce dense, l’odore salmastro della litoranea a pochi metri. Un cavallo, impaurito oltre misura, riuscì a divincolarsi. Correva come se cercasse l’unica uscita possibile, una fuga verso qualcosa di più grande di lui. L’impatto con una Renault Clio lo scagliò contro una transenna, il rumore dello schianto fu secco. Il sangue scivolò sull’asfalto e venne lavato via in pochi minuti, con la fretta con cui si rimuovono gli inconvenienti, ma nessuno poté cancellare ciò che accadde dopo. Il cavallo ferito, giudicato ‘inutilizzabile’, venne abbattuto con un colpo di pistola. Non fu una morte d’emergenza, fu una sentenza: un errore di percorso punito con la soppressione.

Mentre gli animali venivano schiacciati da questa logica feroce, lo stesso meccanismo di violenza toccò una persona, M. P., fantina, aveva osato vincere una gara del Gran Premio ippico di Santa Venera. Quella vittoria bastò a trasformarla in un bersaglio, padre e figlio la aspettarono lontano dalla pista, cominciarono prima con le parole, poi passarono ai colpi, il frustino, la catena. M.P. cadde sotto una brutalità che sembrava uscire dallo stesso luogo oscuro in cui era stata tirata la corda attorno alla lingua del cavallo. Fu portata in ospedale in condizioni gravi, poi trasferita al Cannizzaro di Catania in prognosi riservata, il Palio fu annullato solo allora, quando ormai la violenza aveva raggiunto un punto di non ritorno tra animali feriti, un cavallo ucciso e una donna massacrata per aver vinto. La Sicilia non ebbe tempo di respirare, a settembre, al Palio dei Normanni di Piazza Armerina, la ‘Giostra del Saracino’, famosa per la sua pericolosità, quasi un’ostentazione della possibilità di incidenti, registrò cinque gravi cadute in un’unica edizione. Tre cavalli morirono, due furono condotti in un mattatoio privato, macellati come capi di bestiame.

Di uno si mormorò che fosse stato servito durante un banchetto in trattoria, con un assessore comunale seduto tra i commensali. Una voce, sì, ma troppo perfettamente allineata al resto per essere ignorata. In queste vicende non c’è solo la mano del singolo che agisce con crudeltà, c’è la cornice. La tradizione che diventa scudo, la festa che pretende il sacrificio, il pubblico che applaude abbastanza forte da coprire i nitriti di paura. C’è soprattutto l’assuefazione, animali trattati come ingranaggi, come combustibile narrativo della festa, dove le vite vengono convertite in intrattenimento, in scommesse, in errori eliminabili.

E allora, quando tutto questo si ripete, l’immagine che resta è quella di una comunità che cammina sopra un confine sottile, così sottile che a volte si spezza: tra ciò che chiamiamo ‘tradizione’ e ciò che, se lo guardassimo senza filtri, riconosceremmo come brutalità.